Fare marketing è come essere Chris Andersen

marketingChi è Chris Andersen? È un ex giocatore di basket, di ruolo ala grande o anche centro. Ha giocato quattordici stagioni nella NBA, il campionato professionistico americano. Perché Andersen ha a che fare con il marketing? Il motivo è che la sua carriera sportiva può essere letta anche in chiave di marketing. Adesso ti spiego come mai.

Andersen arriva in NBA nel 2001, a ventitré anni. Ci entra dalla porta di servizio: negli anni precedenti, nessuna squadra l’ha ingaggiato al Draft. Lo firmano i Denver Naggets, dopo un provino, a stagione 2001/2002 già iniziata. Il giocatore non è di certo un campione: nel suo primo anno, gioca solo 24 partite (su 82), partendo soltanto una volta da titolare. In media, vede il campo per meno di 11 minuti a partita: a fine anno, risulterà il meno impiegato di tutta la squadra. Sempre in media, segna 3 punti, prende 3,2 rimbalzi e dà 1,2 stoppate a partita. Sono cifre indubbiamente da rincalzo (per la verità, il numero di stoppate è alto rispetto ai minuti giocati).

Andersen si segnala per il grande atletismo. Questo fa sì che, già dal primo anno, venga soprannominato Birdman. Non è però un giocatore importante, ripetiamolo. È un onesto comprimario, come ce ne sono tanti in NBA. I giocatori come lui, di solito, fanno più che altro panchina e tribuna. Gli viene chiesto soprattutto di alzare il ritmo in allenamento, per impegnare i titolari. Poi, dopo qualche tempo, finiscono a giocare in un qualsiasi campionato europeo, ben lontani dalla gloria e dai soldi americani.

Questa poteva essere anche la carriera di Andersen. Le premesse c’erano tutte. Anche perché, a inizio 2006, il giocatore viene trovato positivo a un test per rilevare sostanze proibite. La lega lo squalifica per due anni. L’incidente non giova ovviamente alla sua immagine di sportivo.

Eppure Andersen è tornato. Alla fine, ha giocato 14 stagioni in NBA, ritirandosi a 38 anni, dopo aver guadagnato oltre 38 milioni di dollari in stipendi. Ha pure vinto un titolo, quello del 2012-13, con i Miami Heat di LeBron James. Non male per una seconda linea. (Le medie a partita del giocatore relativamente alla sua intera carriera sono: 5,4 punti, 5 rimbalzi, 1,4 stoppate in 17,7 minuti di utilizzo).

Com’è possibile che un giocatore “normale”, che è stato addirittura squalificato per due anni, abbia giocato così a lungo? Come ha potuto addirittura vincere un campionato, cosa che non è riuscita a giocatori molto più talentuosi di lui (possiamo citare gli esempi di Patrick Ewing, Charles Barkley e Shawn Kemp)?

Dare una risposta alla domanda è difficile. E comunque le ragioni del successo di Birdman sono innanzitutto sportive e caratteriali. Ma, a mio giudizio, anche il marketing c’entra. Vediamo perché. Come ho detto, il punto forte di Andersen è stato l’atletismo, soprattutto in difesa. E su quello si è concentrato. Non ha cioè preteso di diventare un grande realizzatore: non ne aveva il talento. Si è focalizzato sui rimbalzi e sulle stoppate. Il tutto condito da tanta grinta, energia, determinazione. Quando Andersen lasciava la panchina per entrare in campo, tutti sapevano che avrebbe dato il 100% e che la squadra avrebbe difeso con più intensità.

Insomma: Andersen si è ritagliato un ruolo da specialista. Si è specializzato nella difesa atletica e grintosa. Quando pensavi al concetto di difesa energica, pensavi a lui. Questo è stato il suo marchio di fabbrica, che l’ha reso riconoscibile in tutta la NBA. E che l’ha fatto diventare il beniamino dei tifosi di tutte le squadre in cui ha giocato. In effetti, il suo spirito di sacrificio è sempre piaciuto moltissimo. Gli è valso perfino il rispetto degli avversari.

Ma c’è di più. Guarda la foto in alto. A sinistra, c’è Andersen a 23 anni, appena entrato in NBA. A destra, c’è ancora lui, ma quattordici anni dopo. Noti la differenza?  🙂  Andersen è stato senz’altro intelligente a ritagliarsi un ruolo da specialista. Se avesse preteso un ruolo da star, avrebbe fallito miseramente. È però stato abile anche a creare un personaggio, alla Dennis Rodman. Anche questa scelta gli ha permesso di spiccare su molti altri giocatori. In effetti, sono tantissimi i giocatori NBA tatuati. Però, sono rari quelli così platealmente tatuati! L’immagine che Andersen si è dato è davvero originale.  🙂

In sostanza: anche i tatuaggi eccessivi hanno permesso al giocatore di differenziarsi, di creare un personaggio, di creare un brand. Gli hanno cioè permesso di non essere uno dei tanti. Andersen è così emerso dalla massa. Nessuno l’ha più considerato ciò che nel marketing si chiama una commodity. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: una carriera lunga, ottimi guadagni, la soddisfazione di vincere un campionato. Mica male per un giocatore comprimario, che è entrato in NBA dalla porta sul retro e che poi è stato squalificato due anni.

E la tua azienda? In che cosa si differenzia dalla concorrenza? Si rende riconoscibile come Chris Andersen agli occhi della sua clientela? Oppure ha un’identità anonima, che rende la sua offerta confusa, interscambiabile con quelle altrui? La tua azienda è specializzata in qualcosa? Oppure propone tutto a tutti (una cosa pericolosissima nel business)? In poche parole: la tua azienda fa marketing oppure no? Lascia un commento qui sotto per dire la tua!

 

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marketing strategicoQuesto post che ti invita a riflettere sul fatto che fare marketing è un po’ come essere Chris Andersen è stato scritto da Alessandro Scuratti, content specialist e business blogger.
Da oltre 20 anni mi occupo di comunicazione per le aziende, come business writer e come content marketer. Dal 2011, gestisco questo mio business blog, che raccoglie migliaia di visite al giorno. Sono autore di “Scrivere per il web 2.0”.
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